siamo venuti al mondo per cazzeggiare, non lasciatevi convincere del contrario

Eccomi

Utente: Vittorio
Penso per cui sono, almeno penso... per cui almeno sono. Conosco abbastanza di me e, per quello che posso scrivere in poco spazio, qui ed ora, dico di essere un paradosso che razionalizza la vita. Ho conseguito un Master in PNL a Padova, un Master in Comunicazione a Bologna. Nelle mie intenzioni splendo di Amore. Un modo come un altro per estenuarmi e svanire.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Foto Recenti

Link

Categorie

Membri

Feeds

  • Powered by Splinder

i controlli sono l'unica difesa

Contatore

visitato *loading* volte

mercoledì, aprile 15, 2009

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco per esempio, nella città di Marsala c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

Postato da: Vittorio a 10:24 | link | commenti (14)

mercoledì, marzo 04, 2009

1967: al liceo Cubberley di Palo Alto, California, il professor Ron Jones sta tenendo una lezione di storia dedicata al nazismo. ai propri studenti pone la seguente domanda: "com'è stato possibile che il popolo tedesco abbia seguito in massa, senza obiettare, il totalitarismo hitleriano?". i giovinastri si dimostrano assai poco interessati alla questione, forse pensano più al surf o agli happening targati flower power, con le loro delizie psicotrope. insomma, non gliene frega un beneamato cazzo dei nazisti e del popolo tedesco. per smuoverli un po' il prof. Jones ha una bella idea. fare un piccolo esperimento della durata di una settimana, in cui i ragazzi dovranno sottomettersi alla sua autorità, chiamarlo "signor maestro", alzarsi in piedi prima di parlare, indossare tutti una stessa uniforme e via così. i ragazzi inizialmente lo prendono come un gioco, poi si fanno coinvolgere sempre di più, sino a dare un nome (L'Onda) al loro "movimento", infine si fanno prendere totalmente, confondendo l'esperimento con la vita reale. Jones capisce di essere andato un po' oltre quando alcuni studenti si offrono di fargli da guardia del corpo, per proteggerlo. in sette giorni è riuscito a creare una classe di giovani nazisti.

dall'esperimento di Jones venne poi tratto un libro ("Die Welle" di Morton Ruhe) e da questo un film ("The Wave-LOnda") diretto dal regista tedesco Dennis Gansel e presentato all'ultimo festival di Torino. il film, genialmente, trasporta l'esperimento di Jones in una scuola bavarese ai giorni nostri, dimostrando come, nonostante gli scheletri nell'armadio del popolo tedesco, nonostante oggi i teen-agers siano attratti più da myspace che dalla politica, insomma anche nel 2009 potrebbe benissimo nascere, in qualunque momento un movimento autocratico e totalitario pari pari a quello nazista. se non ci credete guardatevi il film (lo trovate anche nei consueti canali illegal... ).

bentornato Vic

Postato da: Vittorio a 21:55 | link | commenti (1)

mercoledì, novembre 19, 2008

Era il 10 aprile 2001. Un mese esatto dopo il mio ultimo esame all'università. Poi ci sarebbe stato lo tsunami, papa Ratzinger, katrina, il secondo governo Prodi, i mondiali in Germania, Berlusconi, il Tibet le olimpiadi e tutto il resto. Per il momento avevo i miei scazzi nel preparare la tesi ed un sacco di altri scazzi nel mio privato e, in cuor mio, tifavo perchè l'umanità finisse.
La sera del 10 aprile 2001 mi trovavo sul regionale Trieste Latisana delle 18-e-qualcosa, ed attorno a me si era creata un'atmosfera ovattata ed irreale. C'era un silenzio, c'era un contenimento strano; io avevo riposto gli auricolari e me ne stavo ad occhi chiusi, a coltivare i miei cazzeggi nelle paludi dello scontento, come fanno talvolta i trentanovenni in ritardo con gli studi e con la vita in generale.
Nei sedili di fianco stazionavano quattro personaggi in abito formale, in adorazione di uno di loro che mi risultava l'esemplare alpha o il capobranco del gruppo, e che se ne stava impalato davanti ad un portatile, rapito dalle immagini che da questo scaturivano.
Non riuscivo a vedere cosa apparisse sullo schermo, se un listato di dati, un foglio di calcolo o della pornografia, però l'aria compita e studiosa dei signori che lo sbirciavano mi facevano istintivamente eliminare gli scenari più boccacceschi. Infatti dopo qualche minuto il capobranco se ne uscì con un "guardate, così si riesce a fare un benchmarking completo!". L'estasi contenuta ma dilagante che mostravano gli altri individui mi fece capire che l'operazione che il loro master stava compiendo fosse particolarmente importante per le loro sorti in generale, e che la visione della schermata fosse il loro appagamento più grande della giornata. Dopo alcuni secondi di rapito silenzio, qualcuno fiatò per aggiungere: "Secondo me questo è il benchmarking più efficiente che ci sia in giro", ed un terzo gregario, incapace di contenersi, proruppe con un "che figata!", un'espressione piuttosto bassa e volgare che mi ferì dentro come un coltello di ghiaccio.
In cuor mio continuavo a sperarli intenti a visionare delle maiale, e ad usare tutto quel lessico fuffoso da bigino di tennico informatico per imbellettare la cosa, e volevo che l'umanità finisse.
Poi mi resi conto per bene delle due donne che avevo davanti. Due tipe con una significativa differenza di età, che però si somigliavano moltissimo, potevano essere madre e figlia o meglio ancora sorelle con un grosso divario anagrafico. La giovane sui dodici-quattordici, l'altra sulla ventina avanzata, o sulla prima trentina, vestite con una sobrietà invidiabile e dai modi autenticamente leggiadri. La più adulta stava facendo ripassare qualche materia alla più giovane, parlandole in modo molto serio ma affettuoso. Stava ripassandogli il latino.
Guardavo fuori dal finestrino le luci della campagna imolese e intanto tenevo d'occhio il riflesso delle due, ascoltando discretamente. L'esercizio riguardava l'analisi logica e la traduzione di non capivo bene cosa, probabilmente una versione di quelle che si fanno per iniziare i ragazzi al latino, forse da Cesare visto che si parlava ad un certo punto di eserciti pugnaci e di falangi schierate a battaglia. La sorella maggiore, con quel non so che da istitutrice bonaria, mi pareva una che ne sapesse a catafasci di latino, e la minore, con due matite colorate in mano, era infaticabile nel sottolineare per ogni frase le parole chiave, forse soggetto e complemento, non capivo bene, e si vedeva da lontano un chilometro che si divertiva autenticamente a fare latino.
Questa si divertiva a fare una versione di latino in un treno regionale delle 18-e-qualcosa, mentre tutto attorno a lei era un intrico di universitari scazzati con gli auricolari, pendolari con la Gazzetta, gente che sonnecchiava fingendo di leggere una Danielle Steel, cazzoni col parka, consulenti globali di qualche merda col Sole, e gente come me che a 12 anni stavo ancora a tirar palloni nel campetto dietro casa e chi se ne frega di Cesare e degli eserciti pugnaci.
Ogni tanto su d'un errore le due si guardavano per un attimo e si mettevano a ridere di cuore.
Fu quella sera che decisi che l'umanità meritava di essere salvata.

Postato da: Vittorio a 19:39 | link | commenti

lunedì, settembre 22, 2008

Cose che sono riuscito a dimenticare:

odore
sapore
calore della pelle

orecchie naso capelli
bocca
occhi

secondo piano
ingresso soggiorno angolo cottura
camera da letto
soleggiato
termoautonomo
sesso in ogni stanza

pugni contro una porta chiusa
mille sigarette
fumate fino all'alba
dentro un centimetro di finestrino

labbra su capezzolo
coscia con coscia
dita tra capelli
orecchio su bocca
lingua e ombelico
pugno in faccia
mano per dente
mano vincente

la campagna
di notte
nessuno
la macchina e la luna rotta
e fare l'amore
la montagna la francia il parco la spiaggia il mare
e fare l'amore
per quanto riguarda questo
mi sono riuscito a dimenticare
milleseicentoottantatré posti diversi

mi sono scordato
quanto mi manchi ora che non ci sei

questa poesia non è per te
è per un'altra

Postato da: Vittorio a 23:23 | link | commenti (2)

mercoledì, marzo 26, 2008

Ero un giovane scrittore; volevo che emergessero delle parole. Mi chiedevo del silenzio.
Cercavo di fare il silenzio ma non sapevo come.

Oggi ho capito che è impossibile fare silenzio, e peggio ancora fare “il” silenzio e non m’inganno oltre.
Il silenzio non si può fare, né cercare: non sta da nessuna parte e quando dici silenzio stai solo negando il tuo desiderio di volerlo, stai cercando di non cercare; ma è impossibile.

C’è un solo motivo per cui gli uomini si riferiscono al silenzio.
E’ perché talvolta si destano e non vedono la terra attorno. Non sanno come sono giunti a quel punto, né se sia un punto. Deducono di esservi giunti solo perché attualmente vi si trovano, ma davvero nessun movimento precede il ritrovamento di quel pensiero sperduto.
E’ il trambusto a parlare attraverso noi, ad imprimere i suoi segni sulle banali superfici del dicibile; è la lontananza non dal silenzio, ma del silenzio.
Il trambusto è insopportabile: e cerca l’ordine che gli è negato. Cerca accomodamento: cerca di somigliare al silenzio non tanto aspirandovi quanto avendo noia di sé, generando la stanchezza.
E il silenzio non subentra alla stanchezza. Al contrario, ne è ostacolato.

Non dal silenzio sgorga la parola, perché se v’è parola ogni silenzio è negato e impossibile.
Non dalla parola sgorga il silenzio, perché non v’è continuità, se pure v’è desiderio.
Il silenzio non nasce, non può essere cercato né creato. Ho trovato solo solitudine nella ricerca del silenzio. Ho trovato l’eco di ciò che ne ha generato il bisogno e al dolore ho aggiunto l’impotenza di non avere la forza di vegliarlo.
Il dolore del rumore si annulla solo con un rumore più consono e meglio accetto. Ciò è possibile, ed a portata di mano.

Il silenzio, inteso in un’accezione non immediatamente fisica, è qualcosa di qualitativamente altro ed è infinitamente più di qualunque cosa possa essere raggiunta, trovata, voluta.
Non v’è metodo, non v’è stratagemma; il silenzio sceglie perché non è scelto.

Tutto quanto c’è concesso è aggirarci nei suoi paraggi, conoscerne la forza e computarla non dall’assenza delle nostre parole, ma dal loro suono.
E’ un suono vuoto, un suono-suono, un suono fisico.
Il silenzio autentico ci parla delle parole togliendo loro non il peso dell’aria, ma il peso del senso.

E’ un banale simbolo del silenzio, l’assenza di suoni.
Se lo penso, il silenzio assomiglia più alla loro ripetizione, e al flusso delle generazioni.
Assomiglia al rifiorire della passione e al suo riadagiarsi sul fondale.
Assomiglia all’avere scritto ciò e al contempo non averlo mai fatto.
Assomiglia al non aver mai scritto nulla, essendo stati attraversati dalla storia e avendone serbato un suono distante.
Un suono che era giusto un suono.

Postato da: Vittorio a 16:06 | link | commenti

lunedì, marzo 10, 2008

:
  La specificità dello sguardo psicosociale sui processi comunicativi

Postato da: Vittorio a 08:08 | link |

sabato, marzo 08, 2008

Libero dalla generazione, ho sempre giocato prima con gli animali nelle imprese di caccia, poi con le guerre per l’esercizio della potenza, quindi con gli dei inventando miti e narrazioni, di seguito con le idee producendo storia e cultura, infine col denaro per conquistare agi e privilegi. Cazzeggio insomma.
Alla donna ho lasciato il compito della generazione e della crescita dei figli nel chiuso della casa dove le ho impedito di fare società.
Questo da sempre in tutte le culture meno progredite e tendenzialmente ancora nella mia che si dice emancipata.
Questa separazione, ti relega nel ciclo della natura e mi assegna il gioco della storia.
Sono superiore quindi, con conseguente esercizio della potenza non disgiunta dalla violenza che in tutte le culture, non esclusa la mia, ha sempre caratterizzato una mancata amicizia fra i generi, una disuguaglianza ben più radicale di quella di classe, una sottomissione quando non uno sfruttamento che, inosservato, sfiora, nel chiuso delle case e dei nuclei familiari, forme non molto dissimili dalla schiavitù.

Ti sigillo nel tuo burqa e ti avvolgo nel chador. Non puoi che percepire la tua sessualità come qualcosa di mia esclusiva proprietà, e mi fornisci soddisfazioni fisiche e figli, dopo una matrimonio che neppure hai scelto e a cui ti sei consegnata nella più radicale negazione della tua autonomia, di cui non ne hai spesso la minima percezione.
Perché così vuole la tradizione che io uomo ho istituito e a cui non ho mai preso parte.
In caso di vedovanza dovrai riconsegnarti al clan familiare che ti riassegnerà in qualche altra subordinata condizione.
Tutto ciò che in te sommessamente parla di desiderio, aspirazione, progetto, creatività, che non sia quella fisica dei figli, deve tacere ed essere rimosso, perché per tutto questo, nella mia cultura non si danno spazi espressivi.

E questo appena descritto è ancora uno scenario tutto sommato gratificante, rispetto alle condizioni di prostituzione o di schiavitù a cui sono, prima ingannate, e poi costrette molte giovani donne che per un sogno di vita trascorrono le loro notti sui marciapiedi o nel chiuso di capannoni clandestini dove dormono, mangiano e lavorano, sostenute dalla vana speranza di potersi un giorno emancipare.

Se non si arriva a catturare questo segreto e quindi a scoprire che cos’è davvero il femminile, al di là dell’angusta visualizzazione maschile della donna, non ci resta che il ricorso agli antidepressivi o all’alcool o alla droga, perché non c’è gioia nell’io e nella sua esasperata autoaffermazione, ma solo nella relazione che è il linguaggio tipico della donna, di cui l’uomo, fatta eccezione per rari casi, deve ancora imparare l’alfabeto.

Postato da: Vittorio a 11:34 | link |

venerdì, febbraio 29, 2008

Udine 29.febbraio.2022

Cara Novella 3000,

Sono un bravo ingegnere e ho 60 anni; tuttavia nulla nel mio corpo è logoro e nemmeno - credo - nell'anima. Per tutta la vita sono stato malato soltanto di solitudine, ma senza soffrirne troppo. Dieci anni fa è morta mia moglie; mio figlio vive in un'altra città. Non è cambiato nulla, vivevo in silenzio anche tra loro. So che questo mio stato è l'effetto di un'infanzia di orfano. Di questo non mi sono mai lamentato, neppure interiormente, per cui la mia vita di ingegnere, vigile del fuoco è stata utile e ne sono grato. Quattordici anni fa una giovane donna di trent'anni mi ha amato e io mi sono abbandonato in lei. Il nostro amore è stato carnale nel senso che proprio nel suo corpo io mi incantavo e in esso mi pareva di cogliere l'essenza di tutto. Mai - o forse da bambino - avevo intuito che guardare e toccare intimamente una creatura, essere da lei toccato, potesse essere la cosa più profonda della vita, più di una consapevolezza o di una scienza. La grazia di questa giovane donna mi ha attraversato come un mistero svelato e credo che anch'io, così semplicemente nel sesso, sono stato un angelo per lei. Sono a lei grato senza confini, tanto che non ho sofferto quando ha incontrato un giovane uomo degno di rispetto e si sono amati e uniti. Davvero non ho gelosia, ma un sorriso per ambedue. Ma è finita la nostra intimità. Non può essere che così, vero? Ora ci telefoniamo, ogni tanto ci incontriamo pubblicamente. Tutto scorre naturalmente, appunto come un fiume che scende verso il mare. La loro vita comune si compone, la mia declina. È naturale... Dovrei essere triste, forse dolente, non di più... Invece l'assenza del suo corpo tanto evidentemente attraversato dalla luce è causa di uno strazio così profondo che solo scriverne mi ferma la vita, uno strazio, inspiegabile e assoluto che non riguarda il possesso né il rimpianto. Mai ho provato né ho visto in altri un tale dolore ossessivo per una assenza. E so che diverrebbe pace di pari intensità se solo potessi avere lei talvolta in una nostra intimità anche casta, lei nuda e perfetta accanto a me nel silenzio e una sua mano mi scompigliasse i peli bianchi sul petto magro; e io potessi seguire la curva del suo seno, la cosa più bella che abbia contemplato in natura. Come master in PNL mi dico: se questo dolore parossistico in me esiste ed è così intenso, la causa non può essere che nel mio tessuto più vivo; e per quanto ne sia eccessiva l'intensità, questo dolore fa parte di un processo. Dunque è necessario conoscere cosa sia questo processo e come io possa portarlo alla giusta conclusione. Infatti, come può tanto dolore essere di per sé una conclusione giusta? No, la conclusione non può essere il dolore. Né tanto meno che io dia dolore a lei, chiedendo. Io credo che se le chiedessi, sia pur mentre lei vive questo fidanzamento e prepara il matrimonio, se le chiedessi di venire ogni tanto da me e di lasciarsi toccare e guardare intimamente e allo stesso modo accarezzarmi, verrebbe. Io credo che non ci sia niente di perverso in questo mio desiderio, semplicemente lì scorre il fiume della vita che io non ho vissuto. Io penso che il mio strazio sarebbe così placato. E credo anche che nell'aiutarmi, nel donarsi, lei avrebbe gioia e aggiungerebbe valore alla sua vita. Non potrebbe essere così? Può dirmi se per questa donna in questo momento sarebbe troppo penoso ricevere la mia domanda di aiuto? Può dirmi se per lei sarebbe distruttivo scoprire tanta disperazione in un uomo buono che si avvicina alla morte, o invece sarebbe benefico anche per la sua anima aiutare teneramente quest'uomo? Quale azione sarebbe per noi meno oscura rispetto alla luce, di cui sappiamo così poco? E, se le è possibile, può provare a rispondere anche a questa mia ultima domanda? Cosa mi aspetta oltre tanto dolore? Forse un tale sfibramento dell'io che la morte lo possa cogliere infine senza resistenza? Quale altro senso può avere ormai? Che significa realmente "Allontana da me questo calice amaro, tuttavia sia fatta non la mia ma la tua volontà?" (Che significa tra noi e l'universo, intendo, perché io sono agnostico?).

Grazie Lettera firmata

Chissà se è davvero la biologia a escludere i vecchi dall'esercizio della sessualità o non invece la nostra cultura un po' sadica, che da un lato incoraggia e stimola l'esercizio della sessualità e poi condanna come "turpi" le voglie dei vecchi. Immagino che "turpe" sia un giudizio estetico e non morale, ma in una cultura che fa dei valori estetici i massimi valori, "turpe" finisce con l'essere la massima infamia. E così il vecchio, che già sperimenta la ferita narcisistica del declino sessuale, a cui si aggiunge il rimpianto della rinuncia e il danno dell'emozione non consumata, deve provare anche il senso di colpa che gli deriva dallo stereotipo sociale che condanna come "turpe" anche un sentimento fresco che avrebbe la possibilità e la forza di rinnovare la sua vita costretta invece a spegnersi sotto la condanna dei giudizi degli altri. E così i vecchi devono allontanarsi dal loro corpo, che per questo e non per altro muore, perché non c'è più una carezza che li sfiora rimettendo in circolazione quella vita che ancora li anima, ma che agli occhi di tutti sarebbe "turpe" rianimare. Questa è una delle ragioni per cui non credo che, confinando l'amore nella sola giovinezza, la nostra cultura abbia davvero capito che cos'è l'amore

Postato da: Vittorio a 17:52 | link |

sabato, febbraio 23, 2008

"Mi hanno fatto un film"

Ho scritto una storia qualche tempo fa: quando cavolo è stato?
Domenica, gennaio 28, 2007
E poi, adesso, viene fuori che ci fanno un corto.

Bravo Vittorio

Postato da: Vittorio a 12:28 | link |

martedì, febbraio 19, 2008

Un regalo
Ebook di Life Coaching

Postato da: Vittorio a 17:46 | link |

lunedì, febbraio 18, 2008

Diciottofebbraio
Passato-Presente-Futuro (a due anni di distanza: con il sorriso)

Ascoltavo parlare qualcuno. Sempre un'occhio al passato e via con i lamenti: che palle!
I rimpianti non si limitano a rovinare la vita e la salute mentale, ma rivelano una pericolosa destrutturazione della temporalità, dove il passato divora il presente e il futuro e, senza futuro, non c’è vita che possa dischiudersi a un avvenire.
E poi sia Giuda che Pietro, ad esempio, tradiscono il loro Maestro.
Giuda si fa divorare dal passato e perciò conclude col suicidio la sua esistenza.
Pietro invece relega nel passato il tradimento e concede al futuro una possibilità di riscatto.
Quando il passato assorbe tutto il nostro spazio temporale, il presente diventa il tempo dell’incessante lamento, fatto di "se", "se non", "se avessi", "se non avessi", e il futuro si dischiude come ambito di vuote intenzioni.


La vera perdita sottesa al rimpianto, infatti, non è il desiderio inattuato, l’occasione mancata, la carriera sfumata, l’amore perduto, ma la capacità di darsi il futuro.
Esemplare a questo proposito è l’espressione di Rousseau: "Per me la previsione ha sempre sciupato il godimento. Ho visto il futuro solo perdendoci", dove ritorna il motivo della "perdita" come perdita della possibilità di fare nuove esperienze.
Nel rimpianto si estingue l’attività con cui tendiamo verso l’avvenire, e al suo posto subentra l’attesa dove un futuro senza progetti viene insignificante verso di noi. Insieme all’attività si spegne il desiderio che per sua natura è proiettato in avanti e col desiderio la speranza che non è vuota consolazione, ma apertura alle possibilità a venire, che ci evita di trattenerci nella prigione di un presente che, senza prospettive, si risolve nella malinconica memoria di un passato immodificabile.
La noia che dicevo prima all'inizio del post, quando ascolto chi, con rimpianto, mi parla del suo passato è forse la più palese testimonianza che in lui le sorgenti della vita si sono inaridite, perché ogni progetto, prima ancora di nascere, è già catturato dal rimpianto che lo immobilizza in un passato senza avvenire e senza oblio, il quale, diciamolo, non è un difetto della nostra memoria, né un principio di economia mentale, ma la grande regola del passato, senza la quale la vita non potrebbe esprimere un presente, né progettare un avvenire.
Ma là dove il passato non è superato, anche la libertà viene trattenuta in quello sguardo retrospettivo dove il rimpianto si ripropone in quelle modalità ossessive che assediano il presente e lo rendono inidoneo al futuro.
Il rimpianto dunque non è da coltivare.
E coloro che si soffermano o vi indugiano pensano di soffrire per il loro passato.
In realtà ciò di cui davvero soffrono è l’incapacità di darsi un futuro.

Postato da: Vittorio a 16:49 | link |

sabato, febbraio 09, 2008

Grande tristezza il carnevale
Il Carnevale non mi ha mai fatto impazzire. Forse all'asilo, quando grazie ai miei genitori facevo sfigurare chiunque con travestimenti memorabili, come quella volta di batman che avevo addirittura la cintura di metallo, ricavata da una cintura militare dipinta di giallo. Quell'anno si travestirono tutti da batman, ma molti erano penosi. Quello che ora è il mio avvocato, Francesco, anch'esso era vestito da batman, ma non si capiva bene: indossava una tuta da ginnastica verde, un mantello nero e una macchia di Rorschach sul petto che forse a Bruce Wayne avrebbe ricordato un pipistrello.
I primi anni delle elementari non li ricordo bene. Una volta ebbi il costume da Power Ranger, qualità di merda comprato al supermercato. Quelli fighi come il rosso e il verde erano andati a ruba. Mi sarei accontentato anche del nero col costume negro, ma picche: solo il blu era rimasto.
Poi il sabato sera prima del martedì grasso c'era la recita, dalla prima elementare alla terza media tutti i fanciulli del catechismo. Metà delle volte non partecipai per la vergogna. Poi io ero timido e sono un pessimo attore, mi sentivo alla gogna, anche se eravamo un po' tutti sulla stessa barca. E quando non era recita era balletto: le ultime hit dell'eurodance con le coreografie dell'assistente catechista, maschi e femmine precettati per capriole e ruote. Un anno c'era "il valzer del moscerino" di cristina d'avena rifatta da gigi d'agostino, e la cicciona della classe, esentata dalle capriole, marciava per tutto il tempo a zig zag tra i nostri corpi protesi sul palco. Un altro ricordo felice è uno dei bulli del paese che, in prima fila per il balletto dei più piccoli, urlava "MIARDE'", "merda" in dialetto. E' divertente quando la gente se la prende con qualcuno che non sono io.
Ma non potei dire di aver festeggiato il Carnevale finchè non partecipai alle due parate organizzate annualmente dall'oratorio, domenica carri e martedì a piè, non accompagnato dai genitori, vestito da PUNK.
I carri erano una cagata pazzesca. Cioè, erano carri. Per portare le balle di fieno erano ottimi. Per portare i fanciulli anche, bastava attaccarci un festone per lato. Tre quarti del giro era in mezzo ai campi, nel brullo nulla di febbraio. C'era il carro per i piccini, il carro per i medi, e il carro dei grandi, senza protezioni, per saltare giù e picchiare la gente. Io non ebbi mai abbastanza fegato per andare su quello dei bulli, anche quando ne ebbi l'età. Finito l'ottima sfilata si tornava all'oratorio, si mangiavano due o tre frittelle e poi ci si picchiava con le mazze. Tutti riempivano le mazze con la carta bagnata, qualcuno con la sabbia, ma diventava poco funzionale. Carta bagnata, e magari qualche ramo attaccato con lo scotch. I miei genitori dicevano che le mazze riempite facevano male, così io uscivo dal portone praticamente disarmato, con la mazza vuota che la schiacci e fa poti poti. Aggiungendo al tutto il fatto che non avessi amici più grandi come protezione, o parenti (salvo un cugino gabber che però non è che poteva farmi uscire completamente indenne), si può calcolare con una certa precisione quante botte prendevo.
Magari come finale andavamo a vedere i preservativi usati in un posto in mezzo ai campi usato come camporella.
Si tornava a casa alle sei di sera e si toglieva il costume. Prima mia mamma mi lavava i capelli, per togliere la schiuma secca e le uova impastate coi coriandoli, poi mi infilavo nella vasca da bagno, e il mio corpo rinasceva: pronto per il secondo round del martedì.
La sfilata del martedì era un po' meglio di quella frustrante della domenica, nel brullo nulla di cui sopra, e la nostra allegra irruenza si sfogava nelle strade, davamo le mazzate ai cancelli e spruzzavamo la schiuma sui campanelli. I più estrosi usavano la schiuma per disegnare cazzi sui muri, o scriverci la svastica. Poi si tornava all'oratorio e ci si picchiava con le mazze.

Adesso che sono grande non vado più in maschera, anche perchè adesso fanno i carri a tema, con la figure giganti in cartapesta, e i vestiti tutti a tema. Hanno tolto un po' la poesia di una volta.

Postato da: Vittorio a 17:12 | link |

martedì, gennaio 22, 2008

Eppoi la Marcuzzi sta invecchiando male pure lei.
Ho acceso la tv ieri sera e mi s'è parata davanti una vecchia obesa di rosso vestita con evidenti problemi di meteorismo. Bene.
C'è un tipo che parla come il Ranzani e che ha la faccia da coglione che già vola alto nel gradimento dei pagliacci. Tono da bauscia, denti di fuori e "in azienda da me", misto abito con fiorellino alla pochette. Secondo me si inchiavarderà la più figa della truppa, abbagliandola con le sue finanze
Oh si..l'ho visto a tratti, tra una puntata di Scrubs e l'altra (mi è arrivata finalmente la 6° serie) e... non so come spiegarmelo... ma mi affascina.
E' una via di mezzo tra la fascinazione un po' stupita che si prova per il cadavere di un animale in disfacimento e un incidente stradale.... è raccapricciante, ma è diffcile non dare almeno un'occhiata.
Superato l'impatto iniziale, poi sono stato come preso dallo stupore: può veramente esistere uno come il minicommenda? Dai, deve essere un attore bravissimo che fa la caricatura del milanese tipo Nicheli. "Taaak, eccomi al Big Brother. Ciao Marcussi! Dov'è che mi organizzo?".
Sono abbastanza felice del fatto che mi stanno sul cazzo *TUTTI* i partecipanti.
Alessia M. invecchia maluccio, povera tesora mia.
Ho notato per puro caso casualmente che diversi partecipanti riportano nel profilo che ho letto per caso la frase "molto religioso/a", che io interpreto nel contesto come "bigotto/a". Non vedo quindi l'ora di assistere a un'efferata rissa verbale tra la madre/gabibbo e una delle zoccole partecipanti colpevole di insidiare uno dei suoi peraltro arrapatissimi "baNbini" con epiteti sanguinosissimi e coltellate al volto.
La tizia over 30 che partecipa col ragazzo 26enne già cornificata in partenza, che te lo dico a fare.

Non vedo l'ora di costernarmi.

Postato da: Vittorio a 16:48 | link |

lunedì, gennaio 14, 2008

De me fabula narratur, il mio blog.
Grandi confessioni.
Sostengo che nel mio mondo la confessione è una tradizione che non puo’ piu’ esistere. E forse non ha alcun senso logico. Se non come dissipazione di energia accumulata. Un blog è, alla fine, un confessionale pubblico. Un diario quasi intimo, una memoria che deforma la realtà, nella migliore delle ipotesi. Elettronica del duemila che nulla aggiunge alle autobiografie e alle autocoscienze scritte qualche secolo fa.
E’ stato Proust infatti a novecento già iniziato ad affermare che i migliori scrittori creano arte catturando il loro passato personale. Quel Proust medesimo che da un certo momento in poi si era rinchiuso in una stanza rinunciando alla vita di ogni giorno per proiettarsi in un’altra vita, una vita alternativa, per lui l’unica vera, costituita dalla scrittura  e dalla ricerca del tempo perduto.Questo per ricorstruire sul filo dei ricordi, delle sensazioni, delle emozioni, delle associazioni, il tracciato della propria esistenza. Nel tentativo di ricavarne quel senso che, nel caso contrario, questo accade a tutti, quasi sempre tendeva a sfuggirgli. Quasi contemporaneamente, per l’esattezza nel 1910, un filosofo americano che leggo voracemente, Wilhelm Dilthey, formulava una precisa teoria dell’autobiografia affermando che questa si configura come la forma piu’ alta ed istruttiva sottto la quale ci viene incontro la comprensione della vita. Da qui la necessità di considerarla la depositaria di quel sapere elaborato che la vita stessa crea di sé. Il testo autobiografico finirà allora per coincidere con l’autocoscienza. Per cui è alla storia di una vita che viene demandato il compito di trarre dalle singole percezioni, dalla loro massa quasi infinita, l’integrazione della coscienza. Ed infatti i grandi narratori del ‘900 che hanno attinto dalle loro esperienze personali, gran parte del materiale per i propri temi (Joyce, Proust, Regina Wolf, Anna Maria Ortese, Elsa Morante oppure Gadda) ci hanno presentato la coscienza in prevalenza come "dispersa". Tanto che l’unità della storia in una vita viene data dal desiderio dell’Io Narrante di produrre un’opera d’arte. Solo questo può costituire il filo rosso, capace di collegare ed unire la lunga discontinuità dei giorni. Anche in passato c’erano stare confessioni e memorie, da Agostino a Russou, da Goethe a Sartre, e a molti altri. Tanto che ai grandi generi letterari rappresentati dall’epica, dalla lirica, dal dramma, dal saggio e dal romanzo, finì con l’aggiungersi il genere costituito dall’autobiografia. E tuttavia è stato nel ‘900 che come già ho detto quello sfuggente genere-non-genere rappresentato dall’autobiografia ha finito per conquistare uno spazio maggiore sotto la spinta rappresentata anche dallo sviluppo della psicoanalisi, con il suo approfondimento dell’interiorità, la sua presa di coscienza dell’esistenza  dell’inconscio. Quel ‘900 che si è venuto al tempo stesso a configurare come il secolo del dubbio, della messa in discussione di tutto, dei valori morali come delle certezze riguardanti la conoscenza e con Wittgenstein dello stesso linguaggio, e che nel vortice del disincanto e della demitizzazione, avrebbe finito per dubitare anche di quella scrittura, la scrittura autobiografica, che fino a quel momento si era ritenuto che fosse il dominio autentico ed incontrastato del soggetto. Si scopre insomma che vi è come uno sfaldamento capace di rendere difficile ed in parte aleatoria la vita dell’IO autobiografico, in quanto una possibile identità puo’ costituirsi solo tramite la memoria. E se Russou aveva potuto affermare con sufficiente sicurezza "allora come adesso"  l’Uomo contemporaneo che ha ormai scoperto la frammentarietà della memoria e del ricordo con maggior cautela sarà portato ad affermare "allora E adesso" con l’Io narrante e l’Io narrato che finiscono per presentarsi in parte come estranei ed un rapporto tra il presente ed il passato fondato su vuoti, omissioni, slittamenti . Attravesro tutta una serie di passaggi intricati e piu’ che labili. La nascita dei miei pensieri in questo ambito è sempre contemporanea a dei problemi che condivido con altri. Non sono problemi personali, è sempre un problema oggettivo: è un problema che anche altri anno. Credo che la confessione non possa piu’ esistere per una ragione fondamentale: in genere una confesisone comporta un senso di colpa. In Agostino l’esistenza stessa è un abisso di colpevolezza. La creatura è colpevole di fronte a Dio. In Petrarca c’è il senso della colpevolezza per non essere un fedele di tipo agostiniano ma di essere un umanista, quindi questo viene vissuto come senso di colpa. In Russou il senso di colpa è molto piu’ complicato,  non è così diretto: c’è nella confessione come il desiderio di svelare la verità di se stesso ai posteri rispetto al misconoscimento dei suoi contemporanei. Ora invece l’io è senza tempo, tecnologico, senza memeoria e virtuale. La figura antropologica contemporanea  ha perduto alcune delle dimensioni che le erano caratteristiche nell’Uomo tra il 700 e il 900. La struttura fondamentale è quella della temporalità e del senso della vita nella dimensione della temporalità: cioè io sono in un tempo del mondo e vengo da una memoria del tempo del mondo. Quindi la persona si situava in questo tipo di relazione: veniva da una memoria ed andava verso. Seocndo me la figura fondamentale dell’Uomo contemporaneo nel nostro occidente ricco, è quello della figura del consumatore. O dell’Uomo Videns, lo dico dopo la mia partecipazione alla trasmissione TV l’Eredità, quello che guarda la televisione e finita la televisione non ritrova nessun accumulo. Preso il rasoio da gettare, fatta la barba, lo puo’ gettare. Tutte queste esperienze non accumulano temporalità. Non accumulano memoria. Per cui ciascuno vive di nuovo daccapo in una specie di eterno presente. Il mio pensiero si è venuto organizzando su una molteplicità di interessi e di temi. Su queste basi di per sé molto ampie, che posto occupa la dimensione della "fabula" ? Di solito dico agli amici, cioè lo scrivo anche qui,  che per tutta la vita non ho cercato una competenza specifica, ho cercato sempre dei saperi che contribuissero alla mia formazione, una idea ottocentesca di formazione. Il risultato qual’è stato: che ho acquisito una serie di saperi che mi consentono delle esplorazioni in vari settori, ma in realtà non mi sono formato mai. Il che qualche volta può sembrare un privilegio perché ho sempre qualcosa da fare, ma altre volte puo’ sembrare persino un’ironia. La "fabula" per me occupa uno spazio immenso nella mia quotidianità direi, perché secondo me rispetto a delle forme istituzionalizzate come per esempio la storia, intesa come storiografia, il racconto (vedi il giro del mondo di qualche anno fa, o tutte le pagine sui viaggi e gli studi di lavoro all’estero) in realtà riesce ad esplorare delle esperienze, delle sensibilità, delle emozioni, che la storia non è in grado di ricostruire, perché la storia ha un linguaggio che non riesce ad esplorare. I fattori della storia per cui le soggettività si incontrano, si incrociano, come sono rappresentabili dalla storia stessa in forma di desideri, di speranze, di paure, delle persone comuni? La mia fabula entra proprio in queste cose ed in realtà conduce la verità. Non la verità assoluta, attenzione, non sono quello che scrivo, ma sono la verità dell’esperienza, la verità del tempo. Altre volte affronto il tema della confessione fondamentalmente dal punto di vista del sesso. Tuttavia se si tiene presente che il sesso appartiene per tradizione al segreto, posso allargare ad altri campi la definizione di confessione per farle acquistare quindi la sua massima evidenza. E’ solo di fronte ad un segreto che la confessione mostra la sua profonda natura. Si confessa il proprio passato, i propri sogni, si confessa l’infanzia. L’uomo nell’occidente è diventato una bestia da confessare. Ma la mia domanda è questa: la confessione oggi ha lo stesso valore che aveva nel passato?  Direi di no. Non esiste piu’ alcun potere, nemmeno quello di noi su noi stessi che possa chiederci una confessione. Poi per raccontare la propria confessione ci sono passaggi che deformano, cancellano e generalizzano alcune parti della realtà, inoltre vi sono schemi, riluttanze, insincerità, idealizzazioni di sé. Anche dei miglioramenti ed anche dei peggioramenti. La confessione non è lo specchio, è una memoria.

Postato da: Vittorio a 19:14 | link |

mercoledì, gennaio 09, 2008

Martedì scorso, per riprendere confidenza con Bibione dopo le vacanze in montagna, ho pianificato un tour in centro, al mio pub di fiducia. Pioveva e faceva freddo.
Essendo un vero uomo sopra la camicia a maniche lunghe ho messo SOLO un giubbino slimline leggero, non contento dopo la corsa in spiaggia e conseguente doccia non mi sono asciugato i capelli.
Bevute le mie 4 pinte di stout fuori dal pub faceva sempre più freddo, ma il torpore etilico di quel po' di alcol che avevo in corpo bastava a tenermi caldo.
Indifferente alla pericolosa sudarella tra schiena e camicia e inconsapevole dell'amara verità che a breve mi si sarebbe palesata sono uscito, tronfio, con il giubbino slacciato.
I risultati, meritatissimi a cause delle varie negligenze, sono stati a dir poco seri.
Mercoledì: stavo malino, pochi colpi di tosse tanti starnuti ma niente di che.
Giovedì: febbre a 38, fiumi di muco, viso binario tra il cianotico e il paonazzo a seconda se avevo starnutito o no. Una morte assistita sarebbe stata d'uopo.
Oggi: sto lentamente migliorando, lentamente, perchè comunque la sigaretta ogni tanto non riesco a negarmela. un vero uomo.
Ovvio che nella settimana del rientro natalizio non ho potuto mai trascurare il lavoro, quindi ho dovuto convivere con questi malanni impietosi mentre personaggi disadattati, inetti e maldestri mi facevano una testa così per problematiche banalissime.
Ed ecco una digressione sulla fiera che si è tenuta a dicembre vicino al mio paesello in cui mi ero fatto abbindolare dalle ottime offerte di un ferrarese che distribuiva water dispenser in comodato d’uso.
Firmato il contratto senza obblighi di consumo dopo una settimana mi ha scaricato il coso in magazzino insieme ai 4 boccioni da 20 litri. Era tempo che meditavo un’operazione del genere, se non altro per emanciparmi dalle bottiglie del supermercato.
Queste in breve, le premesse.

Dato che la diarrea fulminante e il mal di testa sono venute a braccetto con il raffreddore ho pensato di evitare il caffè per un po’. C’è chi dice che il caffè fa passare il mal di testa ma a me personalmente ne dilata di molto l’intensità.
A questo punto del racconto mi viene in aiuto il dispenser che oltre all’acqua fredda dispensa anche acqua bollente, feature che sulle prime avevo irresponsabilmente snobbato. E allora è da ieri che è un tripudio di Twinings Infusion (pesca, four red fruits, camomilla miele e vaniglia, tiglio), bustine eccellenti di menta dal nome impronunciabile acquistate a Copenhagen e infine il tè.
Non sono un esperto e fin’ora le poche volte che mi sono fatto un tè o una tisana ho sempre usato i prodotti che più o meno si trovano in tutti i supermercati. Mi piace il Twinings english breakfast, il Tè Ati, il Sir Winston sempre english breakfast. Con alcuni amici con cui ci trovavamo per fare lan party era un classico il tisanone finale twinings alla vaniglia corretto con quantità esose di rum invecchiato. A casa credo di avere anche bustine sinceramente orrende di pompadour al finocchio purificanti. Ricordo che qualche anno fa in Egitto, e solo là, bevevamo infusi di karkadè, non credo di averlo mai più bevuto ma allora mi piaceva un sacco. Sorvolo su quella volta in cui in solitaria mi feci il tè di maria sbagliando le dosi e l’occasione in cui facemmo il tè di psilocibini in montagna.

So bene che gli argomenti trattati saranno automaticamente classificati fuori-tempo e fuori luogo.
E per il livello intrinseco di omosessualità degli stessi e perchè sono tipicamente invernali da pantofolai sciarpati intirizziti col riscaldamento al massimo coperti dal piumone trapuntato sul divano davanti a sky.

Restano gli interrogativi:
Che tè o che tisane prediligete? Che altre cose si possono trovare in vendita?
Intrugli strani/buoni?

Postato da: Vittorio a 09:54 | link |

lunedì, gennaio 07, 2008

Dal Gazzettino del 29-12-2007


LA SFIDA
Vigile del fuoco friulano a l'Eredità" cede solo al duello finale
 
Non ce l' ha fatta Vittorio, Vigile del fuoco di Latisana, ieri sera ad arrivare al termine dell'"Eredità " il fortunato gioco di Rai Uno condotto da Carlo Conti.

Il latisanese era arrivato al "Duello finale" non senza difficoltà, ma riuscendo sempre a sbaragliare i concorrenti.

Il pompiere di Latisana, che ha partecipato alla puntata di ieri sera, si è presentato al pubblico dicendo "Non sono inglese ne american, sono furlan, sono Vittorio da Latisana".

Oltre alla simpatia ha dimostrato anche la sua preparazione. Tanto che, dove aver superato brillantemente i tre "ostacoli" del gioco, si è sempre dovuto confrontare con altrettanti sfidanti che gli hanno "puntato il dito".

Una sorta di sfida in cui il latisanese è stato messo alla prova della sua preparazione. Anche in questo caso ha saputo rispondere esattamente, mandando a casa tutti. Alla fine si è dovuto arrendere al gioco del "Duello finale", dove anche la fortuna gioca la sua parte.

Ha dovuto così abbandonare gli studi di Rai Uno senza premi in denaro, ma con la scatola del gioco di Carlo Conti, consapevole di aver fatto comunque una bella figura.

Marco Corazza

Postato da: Vittorio a 18:15 | link | commenti

venerdì, gennaio 04, 2008

Parte seconda
Esistono tre modi per alterare le percezioni di un Osservatore Solerte. Due di essi sono per me impensabili: non ho più l'età per mettere in pratica la mossa del sensuale imbonitore e non ho abbastanza pazienza per praticare la lunga notte della demagogia bislacca. Mi resta la messinscena dell'omicidio-suicidio rituale. Prima di procedere, visti i pericoli insiti, saluto i miei amici, protagonisti dei miei racconti adolescenziali, un po' acerbi ma comunque figure di spicco. Raccolgo le armi già lucide di grasso animale. odore di legno bagnato dove qualcuno si è fermato ad osservarmi con occhi di vecchio. Rrimpiango qualche minuto fa, quando ancora non avevo preso una decisione. Non che non possa ripensarci, ma sarebbe una forzatura troppo evidente per una eventuale censura da resettatore omomorfo. Prendo la rincorsa e infilzo il primo corpo e lo sento pesante ma meno del mio. Il pubblico sembra aspettarsi tanta facilità di esecuzione e la cosa non mi rende tranquillo. Non so come siano arrivati ad aspettarsi di più da uno come me: che abbiano abusato di letteratura? Solo l'anno scorso ero io a lanciare corpi esanimi dalla fortificazione. Non facevo domande anche se non riuscivo a spiegarmi cosa potesse spingere certa gente a mettere in gioco la propria esistenza per una remota possibilità di entrare a far parte di un'elite dai misconosciuti obblighi-e-privilegi.
Di tanto in tanto notavo le movenze degli sfidanti e mi chiedevo dove avessero imparato l'arte della spada e dove trovassero la forza di procedere. Mentre imparavo l'arte della spada.
Dopo il decimo corpo morto ci si ritrova faccia a faccia con l'Osservatore.

Postato da: Vittorio a 12:43 | link | commenti (1)

mercoledì, dicembre 26, 2007

Perchè accontentarsi?

voglio di più (lamento del single benestante).

mi sveglio al mattino felice
mi guardo allo specchio, la luce
del bagno soffusa, studiata, mi dice
che sono contento di quello che vedo
del tempo che passa
che è ancora clemente
ma voglio di più
mi voglio splendente,
tirato da un mastro ebanista
di cera cosparso
lucente alla vista
di castana purezza
io voglio soltanto sentirmi
di vera assoluta bellezza.
all'ora di pranzo
mi sento uno schianto
osservo il mio frigo, la spesa ordinata
le dosi dosate
con gusto, i grassi lasciati da parte
preparo il mio pranzo d'artista
ma voglio di più
lo confesso
mi serve una geniale dietista.
il mio pomeriggio trascorre
tra visite e belle vetrine
palestre ed amiche carine
vestiti cappotti e stivali
e carte di credito usate ben oltre i livelli normali
mi sento felice, ma certo
che altro dovrei domandare?
eppure.. io voglio di più
non solo riuscire ad avere..
non voglio nemmeno pagare.
la sera mi vesto
mi metto il mio meglio del meglio
capelli perfetti d'argento,
la giacca, la scarpa, la vita
mi scorre potente nel cuore
progetto magnifiche ore,
il sushi, la tarda serata
mi faccio un negroni, concedo una rapida occhiata
a una tipa che certo si nota
sebbene sia fuori per gioco
con quella che sempre ci prova,
la tratto così come voglio
e a lei poi sembra star bene
più faccio il divo scostante
più lei si mette prona e chiede ancora catene.
eppure.. eppure non so
qualcosa mi spinge a cercare
ancora e senza fermarmi
qualcosa, non riesco a  spiegare.
non è che non so accontentarmi
ma voglio di più
una donna galante e geniale
una manager, o star di una fiction
un'avvocata internazionale
una pluripremiata scrittrice
o una nobel di fama mondiale
che sempre mi faccia sentire
me stesso,
di certo sublime e speciale,
ma come ogni uomo del mondo,
soltanto un uomo normale.

Postato da: Vittorio a 11:23 | link | commenti (2)

giovedì, dicembre 13, 2007


Davide, ing. informatico ligure
Valeria, avvocatessa di Bari, con la quale mi sono confrontato al duello finale
Vittorio
Vanina, la ex campionessa in carica per ben 4 puntate piu' la mia, di Torino
Chiara, studentessa di scienza dell'alimentazione, Emilia Romagna
Alma, ex insegnante di Brescia

La trasmissione andrà in onda il giorno 28. dicembre alle ore 18:50 su RAI1

--cut&paste della lettera al casting di MagnoliaTv--

Eccomi tornato a casa dopo aver partecipato con tanta emozione e gioia al gioco "L'eredità" con Carlo Conti.
Ringrazio tutti voi che lavorate al casting ed abbraccio la Signora B.... in particolare per la grande professionalità e cortesia che ho sentito parlando con lei.
Passare il tempo insieme ai selezionatori per il provino a Milano, S..... che ci ha portato dall'hotel agli studi in auto prima della registrazione, D.... che ha una pazienza della madonna, le sarte che sono così attente ai particolari e cosi' disponibili a risolvere al volo ogni problema, i ragazzi al trucco *perfetto* che ha spianato le mie rughe facendomi apparire giovane come un ragazzino e tutte le persone invisibili che hanno consentito un risultato così eccellente con il loro lavoro, mi ha fatto assaporare per qualche giorno emozioni nuove ed intense che mi sono piaciute tantissimo.
Un bacio affettuoso alla prof. ..... per il sussurrato augurio dietro le quinte alla prova finale.
Non so come fare, e forse è troppo ambire a ringraziare personalmente anche Carlo, ma come ho potuto verificare realizzando il sogno di partecipare alla trasmissione partendo appunto da un desiderio, meglio lasciare libera la fortuna di esprimersi in tutte le sue opportunità, quindi scrivo qui quell'abbraccio caloroso che si merita Carlo Conti per essere stato così semplicemente bravo.

Grazie! Buon Natale,
Vittorio

Postato da: Vittorio a 11:57 | link | commenti (6)

domenica, novembre 25, 2007

Il coito circuito che ti lascia al buio.

Chi mi conosce sa che non è possibile uscire da me senza recarne marchio o traccia. Prendi una frase scritta qui e la fai diventare realtà. La *tua* realtà, non la mia. Non sono una stanza né una stazione, sono una persona, un Uomo per l’esattezza, un Uomo con il rogo nel calamaio, sono uno stiratore dell'anima con un esercizio nel centro storico di Bibione, la vetrina vuota e due sedie scompagnate, impagliate, poste una davanti all’altra, settecento una, ottocento l’altra, e due piante alte e ben nutrite ai lati. Io sto all’interno, nella penombra, vivo comunemente aleggiato di vapori caldi di ferro con serbatoio capiente d’acqua a cento gradi. Conosco l'inconscio e parlo la lingua a sei sensi. Rivolgo i guizzi della mia mente alla tua parte intima che neppure conosci. Se cerchi di capire il senso di cio' che scrivo con la tua mente conscia, non avrai che una sensazione sgradevole. Primo sintomo, il caos. Io batto i tasti e qualcuno cerca di indovinare le mie parole, di inabissarsi nei pensieri. Ma come pensi che sia possibile che io qui mi rivolga sempre e solo a te? Sarebbe forse meno pubblico prendere il tuo numero di telefono e chiamarti, no? Vai tranquilla, da qui è raro che ti dica qualcosa direttamente ed impossibile che tu possa intuire un tradimento. Mi rivolgo alla mente inconscia che legge fra le righe e poi lavora anche se non vuoi. Sento lo scatto dell’accendino, un’altra sigaretta necessaria alla tecnica della distruzione, della distruzione della confusione. Forse perchè sai di dover amare per sempre ed usi solo parole interrate, incardini oro nei testi a fronte, ti sfregi perfino con l’acqua. Se ami per sempre cerchi continue predizioni, desideri essere riconosciuta anche se male adoperata, con me solo sesso una volta al mese, anche se dimenticata sul sedile posteriore di un taxi preso al volo per una batteria scarica, per ciò che scrive la perla della mia anima, per un giudizio brusco, o un’altra trascuratezza che si è stati incapaci di amministrare. Chi ama per sempre vuole essere il borsellino mai smarrito, la perla dell’occhio e tutta la pelle sputata da un’educazione calvinista, selvaggia come l'aura o ruminata da uno stomaco lastricato di piombo. Chi ama per sempre può sussurrare alle lapidi i comandi per un atterraggio di fortuna o essere l'amazzone bionda e tramutare gratitudine in grandine, appena un gradino sotto la catastrofe e credersi regina Morte e falciare l’amato con ordinarie seghettature di spine senza mai saperlo decapitare.

Postato da: Vittorio a 10:34 | link | commenti (1)

venerdì, novembre 23, 2007

La casa, una bianca nuvola che confinava la spiaggia. Sulla veranda, di fronte al mare, una sedia a dondolo dove mi sedevo raggomitolato a leggere i miei libri. L'odore del mare penetrava in tutto ciò che leggevo, il cielo striato di rosso sembrava dipinto. La mia immaginazione andava sempre più lontano, viaggiava tra quella magica quiete. Così riuscivo a concepire delle nuove idee per i miei lavori in PNL. La luce del cuore mi orientava nel buio dove la mia vita si era assopita. Minacciato dalla tristezza, turbato dagli enigmi della vita stessa. Qualcosa scavava profondamente nei miei sentimenti tra mille domande l'incertezza del mondo. Si era inaridita la speranza nel mio cuore. Avevo vissuto molte mesi da solo, con idee sbagliate, sbagliate erano state alcune mie scelte, il mio vivere come una pianta rampicante aggrappato al primo sostegno che si presentava. Mi trovavo spesso in solitudine, quella solitudine che oramai faceva parte del mio essere, del mio vivere rintanato nel mio guscio, un vecchio noioso libro. Tra le mie righe vedevo scorrere la vita senza riuscire ad afferrare qualcosa di eclatante. Il mondo sembrava assopito anche se per me tutto viveva, riuscivo a tirar fuori la vera essenza da ogni cosa. Mi ponevo sempre la stessa domanda: "Cosa c'è che mi tormenta?". Cercavo di analizzare le esperienze passate, la vita che avevo fino ad allora vissuto, ma il problema si trovava nel presente, la mancanza di una storia d'amore da vivere. Mi mancavano piccole cose ed attenzioni, magici momenti d'assaporare insieme ad una donna da amare. Conoscevo tante gente, ero amato e stimato da molte persone, corteggiato da molte ammiratrici, ma nessuna riusciva a suscitare in me un particolare interesse. Con nessuna riuscivo a condividere quanto avevo da esprimere. Dovevo solamente attendere, prima o poi un nuovo sole sarebbe tornato a splendere. Aspettavo l'arrivo di una donna passionale, romantica e premurosa, che avrebbe saputo amarmi. Una persona come me, capace di sentire l'intenso odore del mare d'inverno. Amavo camminare sulla spiaggia, guardando il mare al tramonto. Inventavo un mondo in un Universo d'incanto. A volte i miei passi mi portavano vicino ad un vecchio faro abbandonato, circondato da gigantesche rocce, avevo pensato di aggrapparmi a quelle rocce, scalarle fino alla cima più alta per guardare il mare infrangersi contro, ma non lo avevo mai fatto. Il vecchio faro sembrava incantato, con una strana luce trasmetteva qualcosa di misterioso. Guardandolo percepivo dei brividi lungo la schiena. Rimasi sempre affascinato da quella sensazione. Appena mi era possibile tornavo in quel magico posto, con il pensiero che nella mente si faceva strada; "Dovevo cambiare la mia vita!".
Per troppo tempo ero rimasto solo. A volte fantasticavo su di una meravigliosa donna che veniva da qui vicino, chissà forse un'amazzone, minuta ma forte e con i lunghi capelli che riflettevano al sole. Ma non riuscivo mai a darle un volto. Già un'amazzone... L'ultima storia d'amore che avevo vissuto fu proprio con un'amazzone, una bella donna con gli occhi azzurri ed il fisico statuario. Dalla sua bocca seducente assaporavo baci come fragole delle più gustose. Fu un periodo molto intenso, travolgenti i nostri rari incontri. Quando ci conoscemmo per la prima volta fu per un caffè.  Mi confidò di vivere molto vicina a casa mia e di aver fantasticato spesso di potermi conoscere. Ebbi subito un click nel cuore per lei. Ma dopo alcuni mesi, tra misteriose sparizioni, confessò di aver scoperto un mio tradimento. O perlomeno quel tipo di tradimento che si immagina intuendo il nulla. Per me fu un duro colpo da incassare, rimasi molto male, e credo di averlo ancora nel cuore. Con lei fu un viaggio su di un battello, nel mare in tempesta. Quel mare impetuoso che la trascinò con una forte corrente contro un iceberg, dove s'è schiantata. Avevamo da poco levato gli ormeggi che ci ritrovammo presto naufraghi, ripescati e condotti nel porto della storia. Finì l'intenso breve viaggio, in balia di vertiginose onde. La incontrai dopo un po' di tempo per caso, e le parole appassionate si insinuarono nella mente accendendo l'emozione. Il sole sorgeva e le rose fiorivano tra il verde dei pensieri, abbracciando il cuore con intenso calore. Era una giornata di primavera quando la rividi. Parlammo per molte ore, mi disse del periodo buio, che passò quando smettemmo di frequentarci, era come se si fosse spento il sole e grigie nubi avessero oscurato il suo cuore. Viveva tristi giornate che vedeva passare come cadaveri lungo il fiume del suo tempo, rimpiangendo i momenti felici vissuti insieme, e quanto sarebbe stato bello se ci fossimo conosciuti con una situazione diversa e se lei non avesse dato corpo ai suoi fantasmi leggendo le mie righe in maniera così sfrontata e superficiale.  Le sue parole rispecchiavano i miei pensieri, avevo avuto esperienza delle sue stesse sensazioni.
Però, accidenti com'era bella! Dalla sua bocca uscivano parole come petali di rosa vellutati, l'odore della sua pelle scalpitava nelle mie narici. Lei  per me era stata importante e travolgente. Avevo pensato molto su di lei e sull'emozione che mi dava, ma capii che era veramente finita, la nostra storia non poteva essere proiettata nel futuro. Quando qualcosa si spezza è inutile tentare di riunirla, da qualche parte resterà sempre una fessura inquietante. Il passato lascia sempre le sue orme, non bisogna mai tornare indietro a scoprirle, tanto prima o poi una folata di vento le scoprirà di nuovo. L'Oceano aveva separato le nostre spiagge, affondando la nave della fiducia, un amore finito all'alba di un nuovo giorno. Decisi di non vederla mai più, una saggia decisione presa con un nodo alla gola ed il cuore tra le mani. Ogni volta che finisce una bella storia vissuta con grande passione, sembra di partire in esilio verso la fine del mondo, percorrendo un arido deserto senza acqua né viveri, sotto ad un sole nero che ti arroventa la pelle, bruciando le cellule più vive.
Con grande forza ricominciai a costruire castelli di sogni sulla sabbia. Alla fine quel che resta di un bel sogno è una grande pace. Quando mi rasserenai ripresi in mano le mie scritture, le avevo lasciate dormire in una scatola nel fondo dell'armadio. In quella scatola tenevo la mia anima.
Venne primavera e sdraiato sull'erba con il bacio del sole, restavo molto tempo a guardare gli alberi sopra di me, ed un lieve soffio di vento faceva muovere le verdi foglie espandendo il profumo dei fiori. L'emozioni fluttuavano nell'aria insieme alla musica delle sue parole. Conservo un grande dono. È passata nella mia vita come una stella cometa, illuminando la mia strada. La speranza è una sedia vuota che aspetta che ti sieda, e avanti a te, su di una scrivania, una penna impaziente inizierà a scrivere il tuo destino. Scorrerà il suo racconto mentre frammenti dell'esistenza ruoteranno intorno ai misteri. Cercherà di raggiungere ciò che più desideri, mentre la luce risplenderà nel cuore. La speranza agli occhi si riflette come il salto di un delfino negli Oceani spumeggianti e quando riuscirai a sentire la voce del tuo silenzio, con gli occhi del cuore le verità riuscirai a vedere. Nel momento in cui tutto sembra finito, che par non esistere soluzione, quando alzando gli occhi si vede il cielo grigio ed il mare più nero. Proprio in quel momento bisogna essere attenti a ciò che succede intorno a noi, alle persone che attraversano la nostra strada, alle cose che accadono ed al minimo fatto insolito. La vita ci offre sempre una possibilità, un'alternativa, una via d'uscita. Sta a noi saperla accogliere. A volte ci troviamo a fare cose che non avremmo mai pensato di fare. Possiamo liberarci del velo di lutto sul volto se lo vogliamo veramente, se riusciamo a capire la nostra percezione, tutto dipende solamente da noi, riuscire a vedere di nuovo il cielo azzurro anche nel più triste inverno, sentendo l'odore del mare quando l'anima si risveglia. Non ci sono vicoli ciechi, tutte le strade portano da qualche parte, dobbiamo comprendere solamente il meccanismo che ci permetterà di accendere il motore del nostro destino così da poter percorrere strade infinite.
Non c'è potere più grande dell'armonia della vita, come la corrente di un mare le cui acque non sono mai le stesse.

Postato da: Vittorio a 22:38 | link | commenti (1)

sabato, novembre 17, 2007

Coldplay - Fix You (Live At Glastonbury)

Il linguaggio dell’amore è quello del paradosso e della durata eterna, della densità simbolica perchè rappresenta il tramite tra conscio ed inconscio: l’eros è una forma di conoscenza, mi fa comprendere l’altra parte di me stesso, mi ricomprende e mi integra per intero. Amore è figlio di Pénia, povertà, e siccome è regolato dal desiderio, occupa lo spazio della mancanza e termina con il suo compimento, ma è anche generato da Póros, la via, il passaggio, ecco il motivo per cui può essere un tramite tra i demoni dell’altro ed i miei: si comporta come uno specchio, costruendo un varco per rendere attivo un rapporto radicale con me stesso. Sperimento che la dimensione erotica attraverso l’amplesso mi conduce alla ricongiunzione col mio io, che deve all’altro la sua riscoperta, ecco perché il mio “pudore” nel parlare del mio inconscio, la difesa che tende a individualizzare me stesso durante il rapporto per “emergere dalla genericità, per essere riconosciuto con il mio nome, la mia soggettività, e non come funzionario della specie”. L’amore è domanda sulla mia identità, e conferma di essa, una reciproca seduzione, un “trarre a sé” ricambiato, un essere visionario per oltrepassare il dato umano, lo stadio egoico della conoscenza: “endémonia” , andare d’accordo col mio demone: questa è la caratteristica di Vittorio innamorato.

When you try your best but you don't succeed
When you get what you want but not what you need
When you feel so tired but you can't sleep
Stuck in reverse
And the tears come streaming down your face
When you lose something you can't replace
When you love someone but it goes to waste
could it be worse?
Lights will guide you home
and ignite your bones
And I will try to fix you
below

 
High up above or down
when you're too in love to let it go
but If you never try you'll never know
Just what your worth
Lights will guide you home
and ignite your bones
And I will try to fix you
Tears streaming down your face
When you lose something you cannot replace
Tears streaming down your face and I
Tears streaming down your face
I promise you I will learn from my mistakes
Tears stream down your face and I
Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

Postato da: Vittorio a 08:48 | link | commenti (2)

venerdì, novembre 16, 2007

E di nuovo cambio casa, di nuovo cambiano le cose.
Io che ti ho sempre allontanato dai pensieri miei ma per riaverti ora con me non so cosa darei,
sei uscita con il tuo scialle crema, fa freddo, grazie, grazie a te amore, il mio cuore trema.
Tu sei quel fuoco che stenta ad accendersi, ed ora non hai più scuse eppure sai confondermi i sensi,
sei come un anno fa.
La luce che c'è in piu' è tua, sai, non ti ho scordata e fino a ieri musica eri stata ed è per questo che, io che non ho mai finto da solo mi son chiesto: adesso per chi canto…?

Amore e musica ancora son per mano
se nel mio teatro pieno io
ho ritrovato… ho ritrovato te

Grazie Perla

Postato da: Vittorio a 03:37 | link | commenti (1)

domenica, novembre 11, 2007

Oggi l'ho sperimentato. Esistono almeno 24 universi. Si lo so, è un casino.
Per diverse ragioni: la prima è derivata da un calcolo. Questo l'ho immaginato dieci anni fa insieme a Toni, una sera dopo cena sui gradini della scala in pietra che porta al capanno degli attrezzi in giardino.
Brevemente la velocità della luce nel nostro universo è una "velocità da lumaca", ed è incompatibile con la natura fisica dell'universo stesso. Per giustificarne il valore (299.792.458 metri al secondo), occorre ipotizzare una struttura cosmologica più complessa, che prevede 24 universi, ciascuno caratterizzato da un valore crescente della velocità della luce. Fidati.
Ritengo che in corrispondenza di ciascun valore della velocità della luce sia collegato un universo in rapporto "armonioso" con tutti gli altri, così come gli antichi concepivano le "sfere celesti" e la relativa "musica". A queste conclusioni, ci sono arrivato alla quinta birra e al secondo giro di spinello. Analizzando la struttura numerica del valore 299.792.458, che mostra come tale valore sia soltanto un primo "gradino" in una scala esponenziale. Una intuizione di Toni, che trafficando con un piccolo Commodore64 mi ha sbattuto in mano un pezzo di carta unto di pizza sul quale c'era scritto: "..la velocità della luce alla 24ma potenza fornisce un valore di 277777à, corrispondente al rapporto 25/9..." Partendo da qui, con una freccia che ricordo fatta di resti di pomodoro egli ottiene la vera velocità, che è di 299.792.476.091à, un valore estremamente preciso. Il valore della nuova velocità in rapporto a quella conosciuta è di appena 18 metri: praticamente la lunghezza di un autobus a confronto di sette diametri terrestri, o della distanza da qui alla Luna. Difficile da scrivere il valore della "vera" velocità della luce: è un numero con 163 cifre, così colossale da far impallidire qualunque immaginazione. Questa "regina" di tutte le costanti fisiche universali mantiene saldo l'intero edificio dell'Universo, e la più piccola deviazione potrebbe far saltare l'intero creato.
L'altra ragione che mi conferma l'esistenza di un insieme armonioso di universi è apparsa ai miei occhi questo pomeriggio a Padova.  Evento che non svelo direttamente qui per il momento e che
considero  uno dei "mattoni" pazientemente ricavati dalle più diverse filosofie, religioni e scienze e, come oggi, "per caso".  Perché solo una visione più che mai "olistica" può sciogliere il nodo cruciale: scoprire che il collegamento mancante, quello della vita non lo cerco all’esterno, bensì... dentro di me. Sono in un rapporto di osmosi costante con l’universo. Ma spesso lo dimentico. La verità è che tutto è collegato, e dunque l’adagio latino neminem laedere si mostra una volta ancora più che fondato, non solo come imperativo etico, ma anche come regola di buon senso che giova all'intera collettività. Oggi è successo che ho raggiunto la piena consapevolezza dell'essere collegato con tutti gli universi, per raggiungere questo genere di esperienza è necessario acquietare la mente, eliminare la disarmonia e combattere l’entropia attraverso varie tecniche di PNL sulle quali oggi ho concentrato la mia indagine. 
Pero' ora sono esausto e domani mattina sono di turno in Centrale.
Continuero'.

-- edit del 13.11.

Essere collegato non significa essere pazzo come uno psicopatico o un criminale, ma "folle come la nebbia e la neve". E'  qualcosa che non ha nulla a che vedere con l'essere infantile o primitivo, e che si manifesta attraverso la ribellione maniacale o l'alienazione autolesionista. Ciò che contraddistingue veramente un collegamento con gli universi è l'amore per la natura, la capacità di godere del silenzio, la consapevolezza dell'attimo preciso ed inconfondibile che cio' che provi nell'esserlo è inspiegabile completamente; è l'essere una voce libera di dire cose spontanee ed un' esuberante curiosità nei confronti dell'ignoto simile a quella di un cucciolo. Essere collegato è lasciare libera l'energia racchiusa nell'uomo anzichè reprimerla. E' una presenza che si manifesta come la calma magica delle antiche selve e delle creature che le abitano.

Postato da: Vittorio a 23:30 | link | commenti (1)

venerdì, novembre 02, 2007



Volevo scrivere un post elaborato e spumeggiante per far sapere che va tutto abbastanza bene, è autunno, ma sono così stanco che non ho più nemmeno la forza di battere i tasti della tastiera, e no, non li sto battendo, ho pigiato un solo tasto, quello con su scritto "Volevo scrivere un post elaborato e spumeggiante far sapere che va tutto abbastanza bene, ma sono così stanco che non ho più nemmeno la forza di battere i tasti della tastiera, e no, non li sto battendo, ho pigiato un solo tasto, quello con su scritto", è un tasto di 24 cm di lunghezza, ingombrante ma utile.
Utile quando si vuol dire che ehi, questa sera c'è la cena del mio Turno. Il mitico "TURNO A" : esco con i colleghi di squadra. Se non fai il pompiere, sarà difficie che tu capisca bene cosa è la squadra. Ma fa niente.
Cioè, non una cena qualsiasi, visto che non son andato ancora a dormire. Una notte di fuoco, interventi a nastro come si dice al cambioturno delle otto. Questa mattina al bar dopo il servizio, caffè con Mauro il capo, Mauro il fuori, Armando il fine, Lucio il saggio. Insomma la mia squadra. Salviamo gente. Ecco.
Purtroppo per riuscire a rendere l'idea ci vorrebbero un paio di righe ancora. Ma è autunno anche se oggi fa caldo: 20°C = Sole = e quindi i pensieri girano verso quella parte intima, che esclude il lavoro e prende il cuore.
Arriva l'autunno lo stesso la sera e quindi quella strana voglia di niente, coi suoi tè caldi, le suole bagnate e i cappelli da appendere. L'autunno non è una stagione da prendere sotto gamba; non è come l'estate, lubrìca, o come il presuntuoso inverno. Niente a che spartire poi con la frivolezza della primavera. L'autunno è una stagione a cui si deve portare rispetto. Non mostra il fianco a facili incontri, romantiche liaisons sotto il sole o sulla neve, non porta pensieri di coccole d'amanti. Non è tempo di scappatelle spensierate, no.
E' piuttosto occasione di riflessioni, taglienti come il vento di novembre, e pensieri nebulosi. Magari qualche salutare pianto. In autunno non si cerca compagnia: si spera sempre che il freddo che ci gela le ossa ci possa temprare per l'inverno, così come ci illudiamo che gli amori falliti ci mettano in guardia dalle delusioni di domani.
I maglioni hanno quell'odore di chiuso, che fa starnutire, come se si volessero vendicare di essere stati segregati tanto tempo. E viene voglia di vestirsi colorato, per prendere in giro gli alberi. Le scarpe leggere sono sempre un po' umidicce. Gli occhiali si appannano, quando si entra in un bar, e ci si affretta a sfregarli con qualcosa per non sembrare buffi. I bottoni dei cappotti sembrano tutti sul punto di staccarsi.
In autunno l'anno che finisce chiede il conto. E ci si ripromette che l'anno prossimo, sì, le cose saranno diverse. L'anno prossimo, di questi tempi, avrò meno rimpianti... già, meno rimpianti. Vado a cena con i colleghi, che è meglio. Si cresce sempre un po', in autunno.

Postato da: Vittorio a 16:35 | link | commenti (1)

venerdì, ottobre 19, 2007

Buona Nascita Elia ! !

Postato da: Vittorio a 05:08 | link | commenti (1)

Con un solo, deciso battito d'ali l'aquila si staccò dal picco e planò verso la vallata. La sua apparente immobilità, i muscoli tesi, la testa in perfetto asse con il corpo, le ali rigidamente spalancate erano in realtà il perfetto risultato di un'infinità di correzioni che le permettevano di fondersi con il vento.
Se un animale del bosco avesse alzato gli occhi, avrebbe visto solo una piccola sagoma nera contro il cielo freddo, così lontana e sconosciuta da non poter influire sulla sua vita. Come Dio. E come Dio lei era o si sentiva, mentre le linee parallele del fiume, del bosco e delle pendici rocciose correvano al di sotto, dipinto eterno e consueto del suo territorio di caccia.
L'aquila sapeva riconoscere qualunque graffio o microscopica macchia su quell'enorme mappa, identificando senza esitazione una lepre, un serpente o una tartaruga. Cibo. Niente di più, niente di meno. A valle della cascata vide diversi animali, ma decise di volare ancora: l'aria era frizzante, il sole caldo sulle piume e non c'era fretta. D'altro canto, anche le sue necessità si erano ridotte da quando, la luna precedente, una frana aveva distrutto nido e nidiata.

Decise di spingersi più a valle del solito, ma ricordandosi degli uomini col bastone di tuono si allontanò ulteriormente da terra. Qui i monti si levigavano, abbassandosi, il fiume si allargava e il bosco diventava meno folto e più ordinato. Nidi d’uomo dal tetto rosso soffiavano fumo bianco.
Sorvolando una radura, notò un batuffolo di piume zampettare disordinato e goffo: una preda così facile che l’aquila decise di farne un antipasto o un riscaldamento o entrambi. Con uno scatto si gettò in verticale, lame d’aria negli occhi e lungo la schiena, la sensazione del fulmine.
Ma mentre l’aquila calava inesorabile, pregustando la sensazione soffice sotto gli artigli, sentì che il piccolo uccello saltellante emetteva dei suoni striduli e disperati che le riaccesero dentro il ricordo di grida acute sotto le pietre, poi più flebili poi più niente. Un’immagine aliena che incomprensibilmente non riuscì a scacciare.

Frenò la picchiata e atterrò nella radura. Lo zigzag frenetico dell’uccellino e il suo insopportabile stridio si pietrificarono all’istante.
– Non aver paura – disse l’aquila – se avessi voluto afferrarti, l’avrei già fatto e non te ne saresti neanche accorto. Chi sei, e perché tormenti il mio cuore?
L’uccellino frignò: – Non dovevo scappare, ora non so più tornare! La mamma non mi troverà mai e qualche grosso serpente o uccello come te mi mangerà!
L’aquila lo guardò. Era una palla minuscola tutta piume e il suo becco sembrava più adatto ai vermi che alle cacce rapaci. Non assomigliava per niente ai suoi piccoli perduti. Eppure scacciò quel pensiero rimpiazzandolo con un bisogno che sentiva più urgente: – Non posso aiutarti a trovare tua madre, ma non voglio lasciarti qui, perché non vivresti a vedere la luna spuntare dietro il dente di pietra. Ti proteggerò e ti nutrirò e crescerai e cacceremo insieme.

Fulminea, lo afferrò delicatamente tra gli artigli e volò in alto ignorando i pianti dell’uccellino.
Il nido che aveva ricostruito non era grande né confortevole come quello vecchio, ma per un solo piccolo era più che sufficiente. Lo depositò delicatamente e, visto che strillava inconsolabile, volò a cercargli dei vermi e qualche bacca. Il cibo piacque all’uccellino, che ne mangiò avidamente e si calmò subito.
Per diverse lune l’aquila accudì l’uccellino. I giorni, dal sorgere del sole fino al tramonto, avevano di nuovo senso ora. L’aquila insisteva nel catturare piccoli roditori, serpenti e quaglie, ma sembrava che l’uccellino non gradisse: alla fine doveva sempre portargli semi, bacche, vermi e insetti, una vergogna per un’aquila. Ma la cosa più importante era che mangiasse e crescesse.
In effetti l’uccellino era cresciuto. Certo, non aveva l’aspetto fiero di un aquilotto e neanche, a dire il vero, la vivacità di un falchetto o di una poiana. Era sempre un batuffolo di piume, solo un po’ più grande. Anche il colore non era scuro e regale come quello dei rapaci, sembrava piuttosto quello innocuo e slavato, giallognolo, degli uccelli di pianura. Eppure, l’aquila si era ripromessa di insegnargli a volare e a cacciare, e l’avrebbe fatto.

Una mattina, prima che l’aquila partisse per la caccia, l’uccellino disse: – Aquila, ogni giorno ti vedo volare silenziosa e imponente dal nido, sopra la valle a dominare tutte le cose. Non ricordo più cos’ero prima, sono cresciuto e voglio essere come te, voglio essere un’aquila.
– Piccolo mio – rispose – il tuo aspetto non è quello dell’aquila, ma ciò che più conta al mondo è quello che tu vuoi essere, e se vuoi essere un’aquila lo sarai. Mostrami le ali.
L’uccello aprì le ali, facendo uno sforzo evidente per farle sembrare eleganti e affusolate. All’aquila, evidentemente abituata a ben altro, parvero corte e tozze. Ma non lo diede a vedere.
– Bene, piccolo. Hai ragione, sono passate tre lune e non puoi più rimanere nel nido ad aspettare. Io stessa non potrò badare a te per sempre. Devi imparare a volare e a cacciare, a individuare gli animali dalla carne morbida e dalla corsa goffa, a gettarti in picchiata, ascoltare il vento, riconoscere l’uomo innocuo dal mago dei tuoni: diventare un’aquila.
Si voltò, appollaiandosi sul bordo del nido a guardare la vallata.
– Vieni qui. Ascolta il vento, negli occhi e tra le piume. Ecco, così, ora sta’ fermo e apri le ali. Bravo. Ora l’aria batte ed è pronta a sorreggerti, lo senti? Tienile aperte ancora un po’, prendi fiducia. Lascia che il vento le accarezzi. Il vento è amico e compagno, le tue ali devono appartenere a lui più che a te. Guarda la valle, ora. Oggi sono io a dominarla, ma un giorno tutto questo sarà tuo. Osserva quella radura, là sotto: sembra lontanissima, eppure volando potrai raggiungerla in un attimo. Ricordati, sei un’aquila ora. Sei pronto?
L’uccellino tese ogni muscolo, ali spalancate e occhi socchiusi, concentrato e convinto: – Sì!
L’aquila gli diede una piccola spinta. Purtroppo, prima di allora non aveva mai visto un pulcino di gallina.

Postato da: Vittorio a 05:02 | link | commenti

giovedì, ottobre 18, 2007

Un pezzo di zenzero

Ho due hobby che sono poi le radici del mio lavoro ufficiale, quello per cui mi reco sul lavoro: la telepatia e il viaggio spazio-temporale. Non ho mai detto a nessuno che da bambino attraversai una volta uno squarcio: un prolasso di una realtà parallela che mi afferrò e mi strattonò dentro, mi sentii comprimermi in uno strozzamento del tempo e dello spazio per poi sentirmi decomprimermi a una diversa pressione in una realtà straniera. Potevo anche darsi che mi ero immaginato tutto.
Spesso vado con la mente in quel laboratorio. Il mio obiettivo è di capire se ci sono possibilità casalinghe di viaggiare nello spazio-tempo e a farlo ad un prezzo abbordabile.
Le mie prime indagini non convenzionali vennero svolte prima nella mia camera da letto: misi la stanza a soqquadro, setacciandola per trovare intercapedini interdimensionali, varchi dimensionali, passaggi da questa realtà ad un’altra parallela, cunicoli spazio-temporali, distorsioni ed anomalie spazio-temporali, fratture spazio-dinamiche, brecce tra dimensioni percepite, squarci di ogni sorta nella tessitura della realtà nel loro microcosmo convinto della teoria fisica per cui ogni fenomeno che avviene in grande scala lo fa anche nel piccolo, fenomeni interstellari vs meccanica quantistica… e allora perché non nel mezzo, quantomeno delle tracce. Feci delle osservazioni che tenni per me.
Una volta Francesco, il mio collega di studio, parlò con me a Padova mentre eravamo in pausa alla mensa del Best Western, e disse parlando con un occhio chiuso per il fumo della sigaretta storta che continuava a tenere in bocca, ma che non tirava più per il filtro saturo di saliva: “Il mistero del tempo è poi un segreto inviolabile? Dovremmo mai indulgere su questo?”


Postato da: Vittorio a 17:21 | link | commenti (1)

mercoledì, ottobre 03, 2007

A me capitò una roba brutta nell'82, sotto le armi.
Distaccato da Pisa, ero in servizio a Udine con l'incarico di reclutare volontari paracadutisti alla visita dei tre giorni. Avevamo deciso, con alcuni commilitoni, di andare a far serata a Lignano Sabbiadoro; dalla caserma partiamo in 2, io e Pier un ragazzo di milano che mi stava simpatico. Compriamo molti meloni e 2 bottiglie di vodka, al melone per l'appunto.
Gli altri ci avrebbero raggiunti a lignano per farsi una serata in spiaggia senza pensare alla fregna, la quale, come è noto da quelle parti, non appena vede 2 sfighi con il taglio di capelli tattico o al massimo un pò buttato li a caso e con accento non propriamente veneto, si secca e cade dalle cosce come un frutto marcio.
Arriviamo a Lignano, scarichiamo la macchina (una Golf GT con interni seminuovi) e ci mettiamo comodamente seduti su un pattìno ad aspettare.
Non vedendo arrivare nessuno, ci viene la brillante idea di mangiarci un pò di melone accompagnato da un pò di vodka bella calda. Dopo 2 ore, ancora non si era vista anima viva, avevamo finito una bottiglia e inziato l'altra. L'appetito, intanto, si faceva sentire e mi venne la brillante idea di andare a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Feci pochi barcollanti metri e approdai ad una salumeria. Chiesi un panino al crudo di S. Daniele.
Probabilmente la combinazione, vodka calda e panino al crudo è da considerarsi come arma di distruzione di massa, ma io non sapevo, cristo, non sapevo.
Pier, anche lui alticcio anzichennò, decide di concudere la serata e di tornare in caserma. Sulla provinciale per Udine, ero già in un altro pianeta. Avevo in bocca un tripudio di alcool zuccheratisssssimo e crudo, e stavo come i pazzi. Ricordo solo di aver detto, rivolto verso il mio ignaro chauffeur: "Pier, puoi fermarti? Non sto tanto bene, mi viene da vomitAAAAAAAARRRRRRRGGHGHGHHH!"
E gli vomitai addosso, panino melone e vodka. Lui inchiodò bestemmiando ed io, che soffro tutto quello che si muove tranne l'aereo, ho reagito alla frenata vomitando, per buona misura, un pastone contenente anche il rancio di mezzogiorno sul parabrezza.
Pier mi afferra di peso e mi scaraventa fuori dalla macchina dove, gorgogliando, mi produco in un misto di rutti e scuse, come solo un ubriaco molesto sa fare.
Fortuna (ahahah) volle che ci trovavamo nelle vicinanze di un fiumiciattolo che ci permise, di togliere dalla macchina e dai suoi vestiti, per lo meno le parti non digerite.
L'odore era una roba che non te lo sto neanche a dire, che tanto lo sai. Il giorno dopo, dovevo andare col tenente Botti a sostituire due della squadra acrobatica per un lancio sulla caserma a Tarvisio. Non stavo bene, non stavo affatto bene. Ho seguito il breifing pre volo a caso, come tutto il lancio successivo prendendo una stivalata in testa subito dopo l'uscita dal portellone prima dell'apertura del paracadute. Mi è stato riferito che, a terra, il Don si è fatto tutto il lancio continuando a benedire in alto quel groviglio di uomini appesi alle funicelle, guardandomi come solo un prete/capitano irritato sa fare, sembrava James Cagney, nel suo migliore gangster movie.
Al ritorno, mi aspettava Pier per andare all'autolavaggio e restiuirgli la macchina pulita.
Sono riuscito a lavarla tutta, tranne un quadratino sul tetto, accanto al finestrino del passeggero, che non voleva proprio venir via; come un monito: non portare un deficente in macchina.
L'odore era a mala pena sopportabile, nonostante gli avessi nascosto 50.000 lire di Arbre Magique sotto tutti i tappetini odorava come una pescheria nella quale sia appena stato sventrato un tonno.

Ci siamo congedati lo stesso giorno, ma io sono tornato a casa in treno.

Postato da: Vittorio a 08:07 | link | commenti

martedì, settembre 25, 2007

"è che io non ti vedo sereno, mi sembra un peccato". questa frase me la ripetono ogni tre per due quelli che mi conoscono meglio da sempre. si critica il fatto che sia poco mondano. che pur potendo frequentare locali, campare edonisticamente a un livello discreto, scoparmi le peggio deficienti io preferisca chiudermi in casa spesso con i cazzi miei. è ricapitato che la cosa mi venisse detta. c'era una bottiglia di uischi da finire e avevo la lingua sciolta e mi buttava abbastanza bene per parlare di cazzi miei intimi.

credo che l'umanità si divida in carnivori e ruminanti. chiamo carnivori quelle persone che vivono la vita attraversando la realtà con lo sguardo sempre in avanti, persone per le quali ogni giorno è nuovo. persone che vivono nel mondo fisico, di quello si nutrono. si cibano di realtà e hanno sempre fame, come squali sono sempre in movimento per cercare nuovo cibo. i ruminanti, invece, sono più orientati verso una dimensione metafisica dell'esistenza, e la realtà continuano a ruminarla fino a che non l'abbiano digerita, il presente non è che continuazione del passato, un passato da masticare e rimasticare sino a che non lo si possa assimilare. io con una manciata di realtà ci vado avanti per mesi. credo di fronte a dio, anzi per brevità diciamo la morte: credo che di fronte alla morte la domanda da farsi sia se si abbia compreso la vita, invece di chiedersi se la si sia vissuta: sono un ruminante.

mi rendo conto come possa sembrare strano per un carnivoro vedermi lì fermo nella stalla a ruminare, comprendo come per lui che vive il mondo fisico in modo così aderente io possa sembrare che non viva, eppure in quel ruminare è la continuazione di momenti passati, è un continuare a viverli per capirli, capire i perchè, o almeno provarci.

Postato da: Vittorio a 03:43 | link | commenti (3)


i controlli sono l'unica difesa